Brian Clough pensiero - 2

Una cosa che Brian Clough non sopportava erano le academy. Era solito dire che le uniche di cui aveva sentito parlare erano quelle che, da bambino, aveva visto al cinema, quelle dove gli americano addestravano i loro soldati: "Oggi ogni club ne ha una; se non ce l'ha, non è considerata all'altezza. Niente academy? Allora non può essere un buon club. Che totale spazzatura".

Spiegava che le academy prendono i bambini quando ancora hanno i denti da latte e sebbene riuscissero a tirar fuori qualche buon calciatore alla fine del ciclo, era sicuro che non ne tiravano sù abbastanza per giustificare l'investimento e le spese: "Chiamatami all'antica, ma penso che alcuni di quei buoni calciatori sarebbero emersi comunque senza la necessità di questo intenso lavoro di addestramento. Ho paura che i ragazzi subiscano una specie di lavaggio del cervello e che quando saranno diciottenni o ventenni cammineranno tutti sulla stessa strada come robot. Non c'è nulla di naturale in questo perchè la loro individualità è stata quasi annullata".
Clough sosteneva che era decisivo trovare il giusto equilibrio tra l'essere sovrallenato o non esserlo affatto. C' è sempre qualcosa da insegnare per dare ai giovani calciatori ogni possibile sostegno a crescere. Bisogna aiutarli nella loro educazione, raccomandava, dirgli come comportarsi e convincerli a mangiare sano. Si deve incoraggiarli, dargli affetto, capirli e offrirgli la possibilità di esprimere il talento del quale sono stati dotati. Non si può insegnare il talento se non c'è, ma non si può perdere di vista chi fa progressi più lentamente. Se le academy e i loro allenatori di oggi avessero dovuto dare il loro giudizio su Jack Charlton, questi non sarebbe andato avanti e non avrebbe vinto la Coppa del Mondo nel 1966. Jack Charlton, per Cloughie, era un tipico esempio di chi migliora lentamente ma progressivamente. Non è stato certamente il più grande difensore, ma Don Revie e Alf Ramsey avevano visto in lui quelle capacità e quelle attitudini che lo rendevano migliore di altri.
Non capiva, per esempio, che differenza facesse se un portiere rimetteva in gioco il pallone con il sinistro o con il destro. All'epoca, il portiere effettuava lunghi rinvii in avanti. Il che significava, diceva Clough, che uno dei suoi compagni doveva colpirla di testa. Cercava, quindi, di avere sempre buoni giocatori che sapessero colpire di testa. E ogni volta che il pallone si fermava, s'invitava l'avversario a farsi sotto per impossessarsene: "Il buon senso ci dice che l'ingrediente principale del calcio è il pallone. Il buon senso mi ha detto che, come allenatore, ho bisogno di qualcuno che riceva la palla, qualcuno che la tenga, qualcuno che la giochi, qualcuno che la metta in rete da una parte e qualcuno che la tenga fuori dalla rete dall'altra. Non è semplice?".
Rivendicava il fatto che le sue squadre non si allenavano sui calci di punizione. Usava, come diceva, semplicemente il giocatore più adatto a seconda di dove e con quale angolazione venivano assegnati i calci di punizione: "Fate attenzione a come si sono posizionati gli altri e, se si sono schierati male, usate la vostra testa". Questo era tutto il suo allenamento per i calci da fermo, perchè era convito di aver ingaggiato giocatori abbastanza intelligenti da capire da soli queste cose. 
Se la sua squadra subiva un gol sugli sviluppi di una calcio da fermo, Clough il lunedì mattina convocava il portiere e i difensori. E così raccontava il confronto con i suoi giocatori.
"Dove eravate quando quella palla è entrata in area?", era la prima domanda.
"Beh, il centravanti si è mosso lì", replicava il difensore centrale, indicando, "e io sono andato con lui".
"Quindi, se va a pisciare, lo segui per tirargli giù i pantaloni?"
"Cosa intendi, capo?"
Così lo spiegava a tutti. Lui non chiamava questo momento "allenamento", ma gestione. Di solito mirava al difensore centrale: "Non potevi raggiungerlo sul primo palo perché è più veloce di te. Quindi stai nella tua zona e se lui entra nella tua zona te ne occupi. Se si allontana di dieci, quindici, venti metri, non è compito tuo. È compito di un terzino, oppure di qualcuno dal centrocampo."
Un'altra cosa che aveva eliminato dai fondamentali del suo gioco, era il tiro dalla lunga distanza. Sosteneva che c'erano solo pochissimi giocatori che potevano segnare da oltre trenta metri, perchè i gol a quella distanza erano più l'eccezione piuttosto che la regola.