Brian Clough pensiero - 1

Vi erano alcuni punti fermi nel pensiero di Brian Clough allenatore. L'uomo che aveva costruito due delle più incredibili storie di successo del calcio inglese, e probabilmente europeo, quella del Derby County prima e del Nottingham Forest dopo, sosteneva che non vi era alcun senso nell'avere l'attacco più prolifico del campionato, se poi la squadra prendeva tanti gol.

Ma questo non implicava il fatto che si dovesse solo difendere e distruggere il gioco dell'avversario.
Era giunto a questa conclusione quando era ancora giocatore, un attaccante con una media realizzativa strabiliante la cui carriera finì prematuramente a 29 anni, che segnava valanghe di gol, ma che non riuscì mai a conquistare la promozione in First Division proprio perchè le sue squadre subivano sempre troppi gol. 
Clough sosteneva che i difensori dovevano essere bravi nel loro ruolo così come gli attaccanti. Dovevano proteggere l'area con intelligenza, avere l'abilità di recuperare il pallone e mantenerne il possesso per poi passarla nei piedi dei giocatori più tecnici. Nelle sue squadre c'era sempre un bravo portiere, un ottimo centrocampista e, ovviamente, un attaccante che segnava.
Un altro punto su cui Clough era irremovibile era la disciplina. Secondo lui, una squadra solidamente disciplinata ha sempre maggiori possibilità di una in cui giocatori non sanno comportarsi in modo corretto. Il periodo pre-campionato era il momento migliore per ricordarlo a tutti: "Fate le cose per bene e potremmo raggiungere il successo che tutti desideriamo. Vogliamo poter guardare indietro a ciò che abbiamo fatto, avere una medaglia da mostrare ai nostri figli, migliorare il nostro tenore di vita. Vogliamo finire a maggio e dire che ne è valsa la pena. E la prossima estate, prima dell'inizio della nuova stagione, vogliamo starcene seduti su una spiaggia o a scalare una montagna, soddisfatti e orgogliosi di ciò che abbiamo raggiunto. Credetemi, vi sentirete meglio se avrete raggiunto qualcosa di cui potrete essere orgogliosi. Non c'è soddisfazione più grande nella vita che fare bene il proprio lavoro. Se lo facciamo tutti, ne trarranno beneficio tutti".
Un'altra delle sue fissazioni era la puntualità, su cui non transigeva. Era solito dire ai giocatori, come un mantra: "Quando lavoravo come fattorino per vivere, iniziavo ogni giorno alle sette e dodici. Non chiedetemi perché fossero le sette e dodici, ma erano le sette e dodici. Significava che dovevo alzarmi alle sei del mattino e fare otto chilometri in bicicletta, il tutto per un paio di sterline a settimana. Voi, invece, dovete essere qui al campo prima delle dieci e mezza. Avete macchine eleganti e belle case. Potete alzarvi, fare colazione guardando la TV, leggere il giornale ed entrare in un ambiente di lavoro molto piacevole. Non dovete andare in una miniera di carbone e spaccarvi la schiena al buio per otto ore. Non dovete sopportare rumori fastidiosi, a parte quando urlo io. Avete un buon lavoro. Non osate sprecare i vantaggi e i privilegi che questo lavoro vi offre. Se non riuscite ad arrivare per le dieci e mezza del mattino, non vale la pena preoccuparsi di voi e di certo non sprecherò il mio tempo con voi. È naturale per un uomo andare al lavoro, non è naturale stare seduto su una sedia tutto il giorno. Fate una visita all'ospedale, poi provate a compatirvi e a dirmi che avete un lavoro schifoso". 
Le regole erano le regole. Dovevano rispettarle tutti, dentro e fuori dal campo. Potevano essere buone o cattive, ma quelle regole, per Clough, era determinanti per giocare. Senza di esse, non c'era partita. Certo, tutti potevano commettere degli errori. Diceva ai suoi giocatori: "Non ho ancora visto un portiere che non si sia lasciato sfuggire una palla quando avrebbe dovuto fermarla a occhi chiusi. Non ho mai visto un centravanti che non abbia sprecato una semplice occasione per segnare. Non ho mai visto nemmeno un arbitro perfetto. In realtà, non ho mai visto niente di perfetto nella vita, a parte me". 
Voleva che i suoi giocatori imparassero a capire che gli arbitri facevano del loro meglio, in linea con le loro capacità. Perciò, non dovevano sprecare tempo e fiato a protestare. Riusciva a sviluppare tra i suoi giocatori e gli arbitri una sorta di rispetto reciproco, riconosciuto da tutti i direttori di gara del tempo.