Bert Trautmann, da nemico a leggenda

Durante la guerra era arrivato in Inghilterra come soldato nemico dalla Germania. E in Inghilterra è divenuto una leggenda. Perchè Bert Trautmann, oltre a essere un grande atleta, era anche un vero gentiluomo, la cui vita è stata un travagliato processo che dalla colpa ha portato alla rinascita.

Trautmann, nato a Brema nel 1923, giovanissimo era entrato a far parte della Gioventù Hitleriana, arruolandosi volontario a 17 anni come paracadutista della Luftwaffe. Combattè per tre anni sul fronte orientale, decorato con la Croce di Ferro per il suo coraggio. Destinato sul fronte occidentale, fu catturato dagli Alleati, uno dei novanta superstiti di un reggimento di mille soldati. Venne internato nel campo di prigionia ad Ashton-in-Makerfield, nel Lancashire, dove rimase sino alla fine del conflitto. E fu proprio giocando a calcio durante la prigionia che Trautmann scoprì la sua vocazione di portiere. Liberato nel 1948, rifiutò il rimpatrio preferendo stabilirsi nel Merseyside,
Suscitò l'attenzione di alcuni club della Football League mentre giocava con il St Helens Town e così, nel 1949, passò al Manchester City, in First Division, per sostituire una leggenda dei Citizens, Frank Swift.
La stampa ed i tifosi non la presero bene. Le ferite della guerra erano ancora aperte e dolorose. In ventimila scesero in piazza per manifestare il loro dissenso, ma non indussero i dirigenti del City a fare marcia indietro. I primi tempi a Maine Road non furono facili, fischiato dai tifosi e minacciato anche di morte. Ma non ci volle molto tempo per convincere tutti che era un uomo profondamente cambiato, che aveva rinunciato a tornare in Germania per tornare ad essere un uomo libero. E li conquistò anche con la sua bravura, il suo coraggio tra i pali, le sue parate, tanto da essere il primo portiere eletto Player of the Year nel 1956.
Quello stesso anno, il 5 maggio, consacrò Trautmann come leggenda del calcio per quello che accadde nella finale di FA Cup a Wembley.
I Citizens affrontano il Birmingham City. Mancano 17 minuti alla fine e sono in vantaggio per 3-1. Trautmann si tuffa coraggiosamente sui piedi di Peter Murphy. Lo scontro tra i due è tremendo. Il portiere rimane alcuni minuti a terra svenuto. Viene rianimato; cerca di rialzarsi tre volte ma non riesce a rimanere in piedi per il dolore al collo. Poi, piano piano, si riprende. Le sostituzioni ancora non ci sono e Trautmann vuole riprendere il suo posto tra i pali e non lasciare i suoi compagni in inferiorità numerica a un passo dalla vittoria. Nel finale convulso, durante quegli interminabili minuti, sarà ancora protagonista di alcuni interventi decisivi. Durante la premiazione, però, non riesce a stare diritto col collo e cammina sbilenco.
Soltanto tre giorni dopo, gli esami in ospedale riveleranno che Trautmann nel contrasto aveva riportato la frattura di alcune vertebre cervicali.
Tutta la sua carriera la dedicò al Manchester City: 15 anni, durante i quali ha indossato 545 volte la maglia numero 1. Alla fine della sua partita di addio a Maine Road, nella stagione 63-64, i tifosi portarono via i pali e la rete della porta perché nessuno potesse prendere il suo posto.
Non fece mai parte della Nazionale della Germania Ovest perché a quel tempo i giocatori tedeschi che giocavano all'estero non venivano convocati e considerati.
Matt Busby una volta disse ai suoi giocatori: "Davanti a Trautmann non fermatevi a pensare dove potete tirare. Prima calciate e poi pensate. Nel momento che guardate e decidete, lui vi legge nel pensiero e lo parerà.".
Appesi gli scarpini al chiodo, Trautmann iniziò la carriera di allenatore, prime nelle serie minori inglesi e poi lavorando anche con la federazione tedesca per promuovere il calcio in Birmania, Tanzania e Pakistan. Nel 1988 si ritirò definitivamente trasferendosi in Spagna con la sua terza moglie, dove morì nel 2013. Nel 2004 venne nominato OBE (Officer of British Empire) per il suo contributo alle relazioni anglo-tedesche.
La sua incredibile storia è raccontata nel film "The Keeper", del 2019, che si chiude sulle note di The Dying in the Light di Noel Gallagher, grande tifoso del City.
"Quando iniziai la mia carriera al City", ha raccontato Trautmann, "la gente non mi voleva accettare. Poi cambiarono idea e io sarò per sempre grato a tutti loro per questo. Chissà cosa sarebbe stato della mia vita se non fosse accaduto. Questo è il più grande successo. E lo devo ai tifosi, ai compagni di squadra, agli altri calciatori, a tutti".
All’Etihad Stadium c’è una statua che lo raffigura in uscita bassa. Sulla targa si legge: "Bert Trautmann, City Legend 1923-2013".